mercoledì 1 luglio 2015

Compiti per le vacanze: ballare all'alba?

Per chi amava tutta la filmografia di Peter Weir a partire da “Picnic ad Hanging Rock” fu duro leggere la forte e  forse ingiusta  stroncatura di Piergiorgio Paterlini  de “L’attimo fuggente” che a lui parve « non solo un brutto film, un film che, dal punto di vista espressivo, scambia retorico con romantico, confonde tristissima melensaggine con commozione; ma è – sul piano che più ha impressionato, quello del rapporto professore-studenti, adulto-ragazzi – un film profondamente autoritario». Ma forse fu una stroncatura lungimirante, perché evidentemente prefigurava la perniciosa moltiplicazione dei professor Keating finanche a Scanzorosciate o a Fermo come questo  prof. Catà,  i cui compiti per l’estate rimbalzano su  tutto il web in questi giorni.  Lista di compiti che qualche commentino sullo stesso registro stilistico di Paterlini lo merita, anzi visto che il nostro Keating di Fermo si chiama Catà, richiede  immediato ricorso proprio alle spezie pungenti dei Kataballontes (i discorsi demolitori) di Protagora.

Berlinguer ti voglio bene?

Si può fare un film a-ideologico su un uomo politico che ha incarnato invece  una precisa ideologia? Si se ti chiami Walter Veltroni. Dopo aver visto il suo documentario su Berlinguer («Quando c’era Berlinguer» ieri sera, su Rai 3), i quesiti sul politico (non sull’uomo che ci interessano meno)  restano insoluti. Veltroni, che ha dichiarato di non essere mai stato comunista (cioè un’affermazione falsa o inverificabile), ha compiuto una operazione dolciastra e insincera, felpata ed elusiva, com’è il suo stile. Ha optato per  la trattazione mediatica di un mito con musichette americane in sottofondo,  non per la sua verifica storica, atteso che son passati già 31 anni dalla sua morte e tutto intorno a noi è cambiato. Non l’uomo politico quindi, ma il mito, com’è interiorizzato tuttora da vaste schiere di orfani già comunisti e oggi in difficoltà nel Pd non abbastanza “di sinistra”.  Nessun interrogativo di fondo posto brutalmente sul partito che era diverso ma che era ugualeper dirla con Moretti. Nessun microfono offerto alla voce di storici non allineati e non pregiudizialmente avversi  come Sergio Luzzatto o di critici come Silvio Pons o di  chi semplicemente ha letto e interiorizzato il “Dimenticare Berlinguer” di Miriam Mafai: non una bieca destrorsa, ma la moglie intelligente, impaziente e coraggiosa di un leader glorioso del PCI, Giancarlo Pajetta.

Napoleone duecento anni dopo Waterloo

Sono stato qualche anno fa a Waterloo, della cui battaglia (18 giugno 1815) cade oggi  il bicentenario. Ci sono dei campi marezzati di un verde intenso in un  pianoro  leggermente ondulato,  e al centro del sito commemorativo – a due passi dalla trattoria che a quei  tempi  era un capanno dove Napoleone fece non ricordo più che cosa e dove noi filistei, ignari dei rimbombi della storia, mangiamo delle buone frites e beviamo la straordinaria birra belga – si erge questa artificiale “Butte du Lion” (la collina del Leone) che è dedicata a un principe della casa d’Orange qui ferito in battaglia. Ma un turista  francese, tra il serio e il faceto, ci racconta una storiella che è una manifestazione buffa e fantasiosa dello sciovinismo in cui amano crogiolarsi i suoi connazionali. Secondo lui c’è sotto un gioco di parole: “Lion” sarebbe l’abbreviazione contraffatta di Napoléon, e siccome non si poteva collocarvi in cima la sua statua come in Place Vendôme a Parigi (visto che a Waterloo  fu  lo sconfitto e non il vincitore come ritenne  l’esilarante top manager della Telecom Giuliani) si è giocato d’astuzia con l’installazione di un enorme leone di pietra.  Come dire: il leone Napoleone qui dominò e trionfò indomito e invitto.

Non ci sono più i romanzi di una volta

I romanzi di una volta sono quelli a trama proliferante del Settecento o quelli fluviali dell’Ottocento. Non ci sono più perché allora i romanzi erano tutto: teatro, cinema, televisione, fumetto, internet, play station. Soddisfacevano da soli il nostro bisogno eterno di narrazione e il nostro immaginario di uomini in perenne ricerca di un Altrove. Un’avventura in quei romanzi iniziava, come nel “Tom Jones” o nel “Joseph Andrews” di Fielding, appena il protagonista metteva il piede fuori dalla porta di casa. Ed è già un’avventura per Oliver Twist raggiungere Londra a piedi dal suo paesello.
Quei romanzi non ci sono più per due ragioni. Una “a parte subiecti”, per dirla in maniera colta, cioè lato romanziere. È successo che ad un tratto i romanzieri cominciarono a rifiutare il “romanzesco”. Flaubert irride la sua eroina Emma Bovary  che si abbevera a questi romanzi “romanzeschi”. Scrive di questi libri:
Non parlavano che di amore, di amanti e di innamorate, dame perseguitate che scomparivano in padiglioni fuori mano, postiglioni uccisi a ogni tappa, cavalli sfiancati in tutte le pagine, foreste tenebrose, cuori in tormento, giuramenti, singhiozzi, lacrime e baci, barche al chiaro di luna, usignoli nei boschetti, cavalieri coraggiosi come leoni, mansueti come agnelli, e virtuosi come nessuno, sempre ben vestiti e malinconici come sepolcri.

La navicella di Pietro - Note sulla Chiesa del nostro tempo

Parto da esperienze personali. Funerali in chiesa, rito ambrosiano. Il defunto si chiamava Giampaolo. Al momento della litania dell’invocazione dei santi, l’officiante cantilena stancamente prima “san Giovanni” e poi “san Paolo”, correttamente. Poi, inopinatamente, aggiunge anche un “san Giampaolo” cui i fedeli altrettanto distratti replicano con “Prega per noi”. Ora, san Giampaolo non esiste né nel martirologio né nel calendario romano. Insomma è un santo inesistente. Dentro di me ridacchio e mi meraviglio del basso livello di formazione del prete (una delle cinque  piaghe della Chiesa, secondo Rosmini, quella della bassa formazione del clero). Ma lo scadimento della Chiesa deve essere sicuramente agli ultimi gradini oramai. In altro funerale al cimitero di Lambrate – un caldo asfissiante da non dirsi – noto che il prete combatte la calura con un ventilatore puntato solo su di lui. Ha modi spicci e frettolosi. Dalla manica aperta del piviale scorgo un braccio nudo e peloso. Alla fine del  rito non credo ai miei occhi nel rilevare che il prete frettoloso di poc’anzi sfila proprio davanti a me in bermuda e casacca policromi, sandaletti, occhiali da sole e una dannata fretta di raggiungere qualche località marina. Forse non da solo. Nel primo funerale pressappochismo, nel secondo edonismo. Nessuno chiede il martirio a nessuno. Ci si chiede solo cosa succederà quando i funerali toccheranno alle Jessica, Samantha, Deborah? Saranno invocate sante hollywoodiane? Constato poi che non c’è futuro per una Chiesa disattenta o in infradito.  Unicuique suum.

L'estate di Albert Camus, Vitaliano Brancati, Ercole Patti

Sono nato il giorno dell’inizio dell’estate, e a questa stagione mi lega un amore inconsulto. È per me, l’estate, quella che Stendhal chiamava una “promessa di felicità”: non la felicità in sé e per sé, ché da allievo di Benedetto Croce so non essere altro che “le contraire du sens de vivre” (proprio così, in francese l’ha scritta don Benedetto, col pudore del partenopeo sobrio che era). No, se la felicità è il contrario del senso di vivere, ciò vuol dire che la nostra esistenza si presenta, nel suo senso ordinario, come una forma latente di infelicità: un po’ di febbre, un’inquietudine dolente, un dolorino sottocutaneo, forse  uno strascico atrabiliare dell’inverno del nostro scontento. Ma per fortuna io con  Camus dico: « Ho imparato finalmente che nel cuore dell’inverno  c’è in me un’estate invincibile »!
Sfoglio in questi giorni che mi separano  dalla partenza per l’agognato mare alcune pagine, per me fraterne, di Albert Camus. “L’ estate e altri saggi solari” (Bompiani, 2003.  Lode sia  ai curatori Caterina Pastura e Silvio Perrella). Lo so da sempre: l’estate non è il luogo dell’idillio,  e il mare non è sempre quel posto «ove l’uomo può sfuggire alla propria umanità e liberarsi con dolcezza da se stesso». Spesso il colore che richiama il sole non è l’oro delle trombe della solarità di Montale. È il nero. «In certe ore la campagna è nera di sole». Rileggo disordinatamente i passi letti e riletti e sottolineati di giallo nell’e-reader e che connetto alle sensazioni che da sempre mi procura la terra natale che mi appresto a raggiungere:  «Con la pelle decifravo la scrittura del mondo», « un eccesso di beni naturali può inaridire», «dove tutto viene dato per essere tolto», «tutto qui respira l’orrore della morte in un paese che invita a vivere», «ogni cosa fatta qui mostra il disgusto della stabilità e la noncuranza del futuro», «Plotino? L’Unità si esprime qui in termini di sole e di mare», «in questo paese la tristezza non è mai altro che un commento alla bellezza».

Quanto pesano i caratteri nazionali nella crisi greca? Solo stereotipi?

L’aggettivo “levantino” riferito al popolo greco  è apparso nettamente  in questo articolo sul Sole 24 ore di Adriana Cerretelli dove si osserva che l’Europa ha continuato «a pretendere da un paese notoriamente levantino e disastrato un comportamento virtuoso e mitteleuropeo». Già.
Probabilmente i padri fondatori nel progettare l’Europa unita, dopo guerre e olocausti inenarrabili, hanno pensato giustamente  più al  futuro che al passato, a un’Europa da costruire, dal “carattere” unito se non unico, ove le omogeneità anche culturali fossero prevalenti sulle diversità o piuttosto  nella speranza che in questo crogiolo si sciogliessero i singoli “caratteri nazionali”. Sbagliarono nel trascurare i fattori inerziali della storia mentale-culturale dei singoli paesi e nel credere che, giunti infine in Europa, un  tedesco avrebbe cominciato a pensare  da europeo e non da tedesco, e un greco avrebbe cessato di pensare e di agire da greco.

sabato 8 novembre 2014

Un bellissimo novembre (l'iniziazione sessuale in letteratura)

1 novembre 2014
Ci siamo,  è novembre,  le foglie degli aceri si tingono del colore del mosto, l’erica assume tinte brunescenti, i margheritoni  gialli crescono spontanei sui cigli delle strade della Brianza lecchese,  e la mia mente  corre  a Ercole Patti, l’autore di “Un bellissimo novembre”. Scrittore etneo già stradimenticato,  è vero,  ma anche Moravia, incomparabilmente più  noto,  nel frattempo è diventato uno spettro muto: destino della letteratura nell’epoca dell’accelerazione vorticosa dei tempi, quando la memoria non sta dietro alle cose di ieri,  figurarsi a quelle dell’altro ieri.
Quando andai via per sempre, alla fine dei Settanta, dalla città natale lastricata di nera lava addossata  ai piedi  del vulcano,  Patti era già stato scordato dagli stessi abitanti di Catania  benché avesse  goduto di una certa fama  nel ventennio  precedente.  Era morto appena  qualche anno prima ed ebbi appena il tempo  di vedere  scolorire gli avvisi di lutto, con le due bande nere sotto e sopra e il suo nome nel mezzo, affissi in via Vittorio Emanuele,  all’altezza della libreria dei parenti Patti,  quando lui ci lasciò per sempre in un giorno di novembre, com’era destino  che fosse. (Il romanzo si conclude il 15 novembre del 1925, la vita di Patti  il 15 di novembre del 1976).
Come Brancati Ercole Patti abitò a Roma per molti anni, fece lo sceneggiatore di numerosi  film di  Camerini, e  fu uno di quegli scrittori e sceneggiatori che si radunavano attorno a un tavolo da Rosati o nei caffè  di Via Veneto che ispirarono la “dolce vita” e di cui accenna  nei suoi libri un giovanissimo Arbasino che lo stimò. A proposito di Arbasino credo che si potrebbe estendere a Patti  questo  suo giudizio (ne “L’anonimo lombardo”) : “Se voglio bene a Brancati e Moravia sarà anche perché riescono spesso a non dare questa impressione di teoria applicata, di prodotto non finito, di soufflé che non sta su”.   Ricordo anche ciò che scrisse Montale del Patti di  “Un amore a Roma”: «L’ispirazione spesso sembra morderlo come una tarantola, scuoterlo da un sonno atavico; e in quei momenti è impossibile scrivere meglio di lui, con più scaltra misura, con gusto più perfetto».  «Il suo modo di narrare sembra l’uovo di Colombo: sembra alla portata di tutti e invece appartiene a lui solo». (“Il secondo mestiere”, pp. 1971-1973)
Ma qual è il nucleo tematico di  “Un bellissimo novembre”?

giovedì 11 aprile 2013



Romano Luperini, L’uso della vita. 1968, Transeuropa , Massa 2013

Come leggere un romanzo come questo che reca nel titolo un’allusione a una probabile storia privata e una data storica controversa? A mio avviso si fa un errore se lo si legge a partire dalle proprie convinzioni su quella data-evento  che tanto ancora trascina consensi estatici e rifiuti viscerali. Eppure il romanzo è tutto ambientato nella Pisa della contestazione studentesca di quell’anno:  è chiaramente un romanzo sul ’68. L’ennesimo non si potrebbe dire, perché proprio sul versante narrativo quell’anno è stato piuttosto trascurato, mentre su quello saggistico a ogni decennio che finisce con l’otto si contano decine di volumi di approfondimento e di analisi storiche.
A Luperini non credo interessi narrare il ’68, ma la sua vicenda  personale, privata, trasfigurata nel personaggio schermo di Marcello,  nel ’68. Non interessa cioè spiegare, ma rappresentare. È il resoconto dell’impatto di un Io col mondo e delle risonanze di un’epoca in un Io. È una coscienza, la sua, che agisce dentro un evento storico, un po’ come il Frédéric Moreau dell’Educazione sentimentale nel ’48 parigino: si tratta di una storia tipica di formazione di una individualità dentro il flusso degli eventi, di una educazione sentimentale dentro uno scenario storico: la storia con la minuscola di questo individuo precipuo – Marcello nella finzione – nella Storia con la maiuscola.

martedì 2 aprile 2013

Riforme e rivoluzioni


Molte rivoluzioni ci hanno persuaso una volta per tutte che, nonostante lo sconquasso operato, nulla cambia con esse nei reali rapporti di forza nella società e nell’economia, che insomma è come spostare un peso da una spalla all' altra. Inoltre, visto che viviamo in un Paese di Gattopardi, spesso la rivoluzione fa davvero in modo che tutto cambi perché tutto resti cos’ com’è. Ecco perché essa è invocata non solo dai perfetti esteti - da tutti coloro che si eccitano davanti alle sollevazioni popolari e alle ghigliottine-, ma anche da quelli che stanno in disparte e attendono gli esiti degli eventi rivoluzionari per tirare i risultati dalla propria parte.
A differenza della rivoluzione, la politica riformista interpella la ragione piuttosto che il cuore. Essa « è difficile- scriveva Michele Salvati anni fa sul “Corriere” - impegna in ragionamenti che tirano in ballo compatibilità e incompatibilità, effetti non voluti o perversi. Esige conoscenze e specializzazione. Richiede di pensare in termini di sistema, economico, internazionale o altro: questo non si può fare perché altrimenti..; quest' altro, poco, si può fare, ma occorre cautela. Anche il riformismo più coraggioso potrà sempre essere accusato di moderatismo o di sconfinamento nel campo avversario. E questo fa sì che “vendere” un riformismo serio, sia agli elettori, sia agli intellettuali, non sia per nulla facile».
È insomma una politica difficile quella riformista e spesso può sembrare un esercizio mentale freddo, pensato dall’ alto e calato verso i destinatari che necessariamente dovranno alcuni perderci e altri guadagnarci (è la politica bellezza). Non la faccio lunga, ma chi la vuole davvero lunga potrà leggere, se mai gli capiterà a tiro, quell’enorme e informatissima opera che è “Settecento riformatore” del grande Franco Venturi. Ricordo en passant che il Settecento è stata l’epoca di riformismo più intensa che l’Europa abbia mai avuto, e che il fallimento di quelle Riforme (ma non tutte, si pensi al Catasto di Maria Teresa proprio in Lombardia) portò tragicamente alle rivoluzioni.
Le Riforme sono “tentativi ed errori”, ossia sono esperimenti "in corpore vili" nella società al fine di sanare alcune storture o favorire alcuni processi che possano recare il massimo dei benefici a un maggior numero di persone. Ma come tutti gli esperimenti perfettibili devono in qualche modo, se sono buone riforme e se sono pensate da vere teste pensanti, saper cogliere e sanare un aspetto della società in cui intervengono con il minor numero di errori, i quali come è fatale possono essere peggiori dei mali che intendono curare.

Le citazioni

Dopo 2500 anni che ci separano dal nostro maestro amatissimo  Socrate, e di discendente civiltà umanistica, è raro filare  un pensiero che non sia stato già toccato da altri. Spesso dietro molti pensieri “originali” non ci sono perciò che delle fonti  occultate, dei microfurti intellettuali. Io preferisco perciò citare chi ha pensato prima e meglio di me. Lo ritengo  un atto di onestà intellettuale  ma anche di umiltà, è l’unicuique suum tribuere. Ma ciò si scontra con un comune sentire nel nostro Paese acrimonioso e stizzoso,  ché appena ti azzardi a citare qualcuno che non sia nel sussidiario di Quinta, senti il mugugno e il rimprovero:  “Come sfoggia!”. Spesso ironicamente rispondo che sfoggiare mi sembra un po’ poco per uno come me;  io infatti sbaro, sbrindiso e talvolta … staranto,  e baroccheggio come un leccese, altroché… E poi ricordo la réplique di Arbasino che, da rutilante citazionista e mio Venerato Maestro, commentava a un dipresso: “ Chi cita tutti i  22 giocatori della partita di calcio è spesso incoraggiato e ammirato, ma che bravo, ma che cultura!, continui così, la prego! Non appena lo si fa per i TUTTI I i giocatori della partita del sapere scattano subito le censure e le mozioni d’ordine, eh no, qui si sfoggia”… 
Infine vorrei che tutti leggessero quel libro immenso che sono i “Saggi” di Michel de Montaigne: un libro intarsiato di citazioni…

lunedì 1 aprile 2013

Anche nel Blog di Beppe Grillo la vita di Papa Francesco


Raccontare la vera vita di un uomo è impossibile. Ci sfuggirebbe sempre qualcosa. E questo vale sia per la persona accanto,  la  nostra amica Marta che conosciamo o crediamo di conoscere da una vita,  sia per  Julien Sorel, il  personaggio letterario,   quell’ “essere vivo senza viscere” come lo chiamava  Paul Valéry.  L’unico modo possibile della narrazione  della vita di un uomo è quello che Leibniz nel “Discorso di metafisica” definiva  “concetto completo”: ossia la serie esatta e completa di tutti i suoi gesti, atti, discorsi, pensieri cònditi e reconditi.  Bisognerebbe interpellare ossia il dottor Sigmund di Vienna  oltre che Dio in persona. E solo Dio o in mente Dei può risiedere infatti  il “concetto completo” di un uomo.
E io che voglio fare il romanziere e ho studiato alla scuola Holden come dovrò fare allora per dar vita a un personaggio? Procedo  esattamente  come ha fatto Stendhal.  In narrativa si chiama " selezione epica", ossia se io racconto un fatto e non un altro di un protagonista (visto che non posso raccontare tutta la sua vita) opero una scelta consapevole e mai innocente, voglio che il mio protagonista venga visto in un modo piuttosto che in un altro, offro  cioè una prospettiva (anche se  composita, prismatica,  non necessariamente univoca) allo sguardo di chi legge. È come quell’ ologramma che si trovava nei formaggini MIO della nostra infanzia: reclinando  la figurina  in un modo vedo un personaggio in una posa, reclinandolo in un altro modo in un’altra posa.

Il linguaggio delle cose




Al grido "Qui non si butta via niente",  gli armadi e i cassetti scoppiano. L'ideologia (arcaica ma anche up to date perché si connette con la necessità del consumo sostenibile) è: "Conserva la pezza per quando viene il buco", "Oppure: conserva che trovi". Ed è una ideologia vincente su di te che butteresti via tutto quando ti si presentano trionfanti con un astuccio degli occhiali, vetusto ma in buono stato, pescato chissà da quale fondo di cassetto, a te che hai appena sussurrato: "Mi si è rotto l'astuccio degli occhiali". In siciliano "conservare" si dice "savvari", proprio "salvare", e   "savvari" perciò racchiude il principio di salvare gli oggetti da un ineluttabile naufragio, quel Nulla dove le cose ad un certo punto della nostra vita di consumatori più o meno responsabili spariscono.

I moralisti

In un aforisma di “Umano troppo umano» vol.II. "Opinioni e sentenze diverse" § 33  Nietzsche dice che in Schopenhauer, sotto il manto di leopardo della sua metafisica,  c’è un vero “genio moralista”. Cosa vuol dire Nietzsche? Che Schopenhauer è un bacchettone, uno che fa la morale? No, semplicemente vuol dire che  Schopenhauer è un “moraliste” alla francese, come” moralistes” erano gli autori di riferimento francesi di questo Nietzsche  che abbiamo tra le mani, ossia La Rochefoucauld, La Bruyère, Chamfort, Vauvenargues. I “Moralistes” francesi sono  quegli autori del Grand Siècle che  più e meglio hanno scritto sul cuore umano prima dell’avvento della psicoanalisi. Il loro era uno studio, rimasto con grande risalto nella tradizione francese,  sulle passioni e sui costumi  degli uomini (étude sur le passions et les mœurs, dove questi  mœurs mostrano la chiara origine latina: mos-moris). Non solo i costumi in senso lato, ma le maniere, le inclinazioni e i comportamenti  individuali e collettivi sono al centro dell’attenzione dei “moralistes”… Nelle “Illusioni perdute” Balzac farà derivare il romanzo moderno dalla grande tradizione “moraliste”. Scriverà: «Il romanzo abbraccia il fatto e l'idea con invenzioni che esigono lo spirito di La Bruyère e la sua morale incisiva». Perché questo aveva fatto Balzac: condurre a termine il lavoro di scavo e di disvelamento dei “moralistes” classici del Grande Secolo, e coniugare questo lavoro di estrema raffinatezza intellettuale coi mezzi dozzinali e popolari offerti dal genere romanzo.  Da qui l’andamento della sua prosa deliziosa che alterna una massima alla La Rochefoucauld  alla descrizione di un personaggio popolare come Vautrin…

Il limite della lingua italiana



"Non si può pretendere di essere un grande poeta bulgaro e di successo", ammoniva Eugenio Montale. La lingua è un limite oggettivo, nonostante le traduzioni, per la diffusione di  un'opera. Quella italiana è parlata dallo zerovirgola nel mondo e quella bulgara dallo zerozerovirgola. I successi planetari non possono che essere inglesi o anglosassoni (in attesa che i cinesi comincino a leggere e la smettano di assediare il mondo con i loro manufatti). Dai tempi della Regina Elisabetta I, da quando l'Inghilterra sconfisse l'altra potenza continentale, la Spagna, la lingua parlata da una minoranza di persone abitanti un' isola flagellata dal maltempo si è diffusa nel mondo, e da allora ancora impera.  La lingua ha veicolato oltre alle narrazioni anche usi e costumi. Hanno così imposto gli alberi di Natale, Halloween, le saghe nordiche,  i maghetti e le sfumature di grigio e poi chissà cos'altro. Qualche critico intelligente,  George Steiner, l'ha fatto notare, ha cercato di segnalare i nostri Sciascia o Gadda, ma il limite della lingua sembra un insuperabile  handicap (parola inglese!).

Goethe e il romanticismo


Com’è noto, Goethe ebbe una fase romantica che coincise con l’adesione allo “Sturm und Drang” (tempesta e impeto). E’ la stagione giovanile del “Werther”. Successivamente egli si distaccò dal movimento romantico e assunse verso di esso un atteggiamento severo di dissenso quando non polemico. Goethe aveva scelto definitivamente il contenimento “classico “ delle passioni, il controllo sapiente delle  emozioni, l’irreggimentazione colta della sensibilità. Occorre, secondo lui, saper accettare i limiti della finitezza, anche filistea (Goethe fu responsabile a Weimar di una miniera a comprova che “si può essere poeti e pagare l’affitto”, come diceva Paul Valéry). Ma al di là delle formule stilistico-epocali (classicismo, romanticismo) resta la sostanza morale del suo atteggiamento.

domenica 6 maggio 2012

IL RADICALISMO RELIGIOSO DEL PRIMO CRISTIANESIMO: CONTESTO ED IMPLICAZIONI

E, per quel che concerne i mali, il loro fine e il loro atto sono necessariamente peggiori rispetto alla loro potenza, giacché l’essere-in-potenza si identifica con entrambi i contrari.  Aristotele, Metafisica IX. 9.1051a 16-18[1].


Gedaliahu G. Stroumsa
 Sono le circostanze recenti, nuove  e  inquietanti, che spiegano il nostro vivo interesse per il radicalismo religioso. Queste circostanze comprendono anche rivoluzioni religiose e minacciano finanche il tenore della nostra vita sociale ed intellettuale. Anche lo storico dell'antichità non può rifugiarsi dietro i pesanti tendaggi  dell'antiquaria. Esclusivismo, violenza, intolleranza: questi concetti, che si rimodulano senza restare identici, sono tutti utilizzati, insieme con radicalismo, per descrivere i misfatti molteplici della religione nel mondo contemporaneo. Tramite un'analisi di alcuni aspetti paradossali del cristianesimo antico, questo studio spera anche di illuminare il processo con il quale un movimento religioso dinamico può trasformarsi in minaccia per l'esterno. Più precisamente, tenterò qui di tracciare i percorsi attraverso i quali una religione perseguitata fin dalle sue origini poté trasformarsi nei primi secoli in una religione persecutrice e di comprendere la dialettica grazie alla quale i credenti  della religione dell'amore poterono inventare forme di violenza e d'intolleranza religiose fino ad allora sconosciute nel mondo antico.

mercoledì 25 aprile 2012


La scrittrice Erika Rigamonti ha vinto con il romanzo “Binario 7” edito da Mobydick, editore di Faenza, il PREMIOENRIQUEZ 2012 – CITTA’ DI SIROLO nella categoria Editoria di impegno sociale e civile, nella sezione Romanzo civile.
La cerimonia ufficiale di consegna dei premi avrà luogo presso il Teatro Cortesi di Sirolo, domenica 19 agosto 2012.
Il premio, una targa d’oro con un’immagine del grande maestro Lele Luzzati raffigurante il “Conero”, alias Madre Natura, che diventa “Re”, grande burattinaio dello spettacolo, è intitolato al regista Franco Enriquez.

All'amica Erika, che ha collaborato alle nostre pagine, le più vive congratulazioni! Ad maiora!
http://www.lafrusta.net/rec_rigamonti_binario.html

domenica 22 aprile 2012

Stendhal – Diario del viaggio in Brianza – I libri di Brianze, 2009 - (Il libro contiene anche Il forestiere in Italia). A cura di Sara Pozzi.


È un dato di fatto – mi dicevo, mentre a lettura ultimata mi rigiravo fra le mani questo delizioso repêchage di Stendhal – che la Brianza è tuttora uno dei luoghi più belli d’Italia. Un pezzo di Toscana in terra di Lombardia. Ho vivi ricordi della Toscana dove ho vissuto gli anni dell’adolescenza e  ho la ventura di attraversare tutti i giorni e in tutte le stagioni dell’anno per ragioni di lavoro (servicio de correos del Maradagàl) la Brianza più riposta e più periferica e dunque più intima, ossia quella lecchese, ancora in buono stato. Non so restare freddo davanti a scorci paesaggistici come quelli di Montevecchia, Perego,  Annone ... Dall’altura della  Bevera ( Imbever, ricorda un cartello messo lì da una mano pubblica  guidata da un sentimento, non ancora risentimento, identitario)  mi soffermo ogni giorno ad ammirare il paesaggio di questa Brianza dalle colline dai profili seghettati, da cui si staglia sempre, anche tra le brume come ancor più nelle terse giornate primaverili,  un delizioso campanile, e da dove gettando lo sguardo si coglie in un’unica veduta mozzafiato tutta la chiostra delle cime lecchesi, e più oltre, le rocce imbiancate delle Alpi. 

martedì 17 aprile 2012

Trieste è un’altra di Pietro Spirito di Marina Torossi Tevini


Trieste è un’altra, il recente saggio di Pietro Spirito edito da Mauro Pagliai nell’intrigante collana  Le non guide si snoda come un diario di viaggio suggestivo e personale attraverso la città di Trieste a ricercarne la sua intima natura. “Trieste è un’altra” recita il titolo. In che senso un’altra? È un’altra rispetto all’immagine stereotipata che ne abbiamo, è un’altra perché non è la Trieste ufficiale ma quella città in parte incomprensibile che si presenta alla vista dell’autore (non a caso affacciato al belvedere della Napoleonica). Un autore che cerca, come in uno specchio rotto, di ricomporre i frammenti per arrivare a un’immagine, a un senso, a un’ipotesi definita. Ma un senso è difficile da trovare in una città che appare morta come nel Porto Vecchio le rotaie e le traversine abbandonate. E proprio il Porto Vecchio con la sua suggestione di binari morti che parlano di “un matrimonio finito male, quello tra il governo portuale e le ferrovie dello stato” la rappresenta bene e ci prospetta  un angosciante paesaggio da città fantasma, un “non luogo” che molti cineasti  hanno scelto come sfondo per le loro storie di celluloide (come forse un “non luogo” è anche la stessa Trieste con i suoi spazi “pensati per lasciare la mente libera di credere che in fondo tutto è possibile”). L’immagine che Trieste dà è in qualche modo l’immagine di una città irrisolta, una città che vive in compagnia di fantasmi come quelli che popolano i magazzini di Porto vecchio che un tempo ospitavano le derrate ed ora, con i sacchi accatastati e vuoti, simboleggiano una ricchezza scomparsa e alludono a un tempo in cui “la città respirava atmosfere universali e l’abbondanza delle mercanzie parlava di un Occidente avviato a un progresso senza fine”. Trieste a metà strada tra un passato glorioso e lontano e un futuro che appare incerto e difficile.