Per chi amava tutta la filmografia di Peter Weir a partire da “Picnic ad Hanging Rock” fu duro leggere la forte e forse ingiusta stroncatura di Piergiorgio Paterlini de “L’attimo fuggente” che a lui parve « non solo un brutto film, un film che, dal punto di vista espressivo, scambia retorico con romantico, confonde tristissima melensaggine con commozione; ma è – sul piano che più ha impressionato, quello del rapporto professore-studenti, adulto-ragazzi – un film profondamente autoritario». Ma forse fu una stroncatura lungimirante, perché evidentemente prefigurava la perniciosa moltiplicazione dei professor Keating finanche a Scanzorosciate o a Fermo come questo prof. Catà, i cui compiti per l’estate rimbalzano su tutto il web in questi giorni. Lista di compiti che qualche commentino sullo stesso registro stilistico di Paterlini lo merita, anzi visto che il nostro Keating di Fermo si chiama Catà, richiede immediato ricorso proprio alle spezie pungenti dei Kataballontes (i discorsi demolitori) di Protagora.mercoledì 1 luglio 2015
Compiti per le vacanze: ballare all'alba?
Per chi amava tutta la filmografia di Peter Weir a partire da “Picnic ad Hanging Rock” fu duro leggere la forte e forse ingiusta stroncatura di Piergiorgio Paterlini de “L’attimo fuggente” che a lui parve « non solo un brutto film, un film che, dal punto di vista espressivo, scambia retorico con romantico, confonde tristissima melensaggine con commozione; ma è – sul piano che più ha impressionato, quello del rapporto professore-studenti, adulto-ragazzi – un film profondamente autoritario». Ma forse fu una stroncatura lungimirante, perché evidentemente prefigurava la perniciosa moltiplicazione dei professor Keating finanche a Scanzorosciate o a Fermo come questo prof. Catà, i cui compiti per l’estate rimbalzano su tutto il web in questi giorni. Lista di compiti che qualche commentino sullo stesso registro stilistico di Paterlini lo merita, anzi visto che il nostro Keating di Fermo si chiama Catà, richiede immediato ricorso proprio alle spezie pungenti dei Kataballontes (i discorsi demolitori) di Protagora.Berlinguer ti voglio bene?
Si può fare un film a-ideologico su un uomo politico che ha incarnato invece una precisa ideologia? Si se ti chiami Walter Veltroni. Dopo aver visto il suo documentario su Berlinguer («Quando c’era Berlinguer» ieri sera, su Rai 3), i quesiti sul politico (non sull’uomo che ci interessano meno) restano insoluti. Veltroni, che ha dichiarato di non essere mai stato comunista (cioè un’affermazione falsa o inverificabile), ha compiuto una operazione dolciastra e insincera, felpata ed elusiva, com’è il suo stile. Ha optato per la trattazione mediatica di un mito con musichette americane in sottofondo, non per la sua verifica storica, atteso che son passati già 31 anni dalla sua morte e tutto intorno a noi è cambiato. Non l’uomo politico quindi, ma il mito, com’è interiorizzato tuttora da vaste schiere di orfani già comunisti e oggi in difficoltà nel Pd non abbastanza “di sinistra”. Nessun interrogativo di fondo posto brutalmente sul partito che era diverso ma che era ugualeper dirla con Moretti. Nessun microfono offerto alla voce di storici non allineati e non pregiudizialmente avversi come Sergio Luzzatto o di critici come Silvio Pons o di chi semplicemente ha letto e interiorizzato il “Dimenticare Berlinguer” di Miriam Mafai: non una bieca destrorsa, ma la moglie intelligente, impaziente e coraggiosa di un leader glorioso del PCI, Giancarlo Pajetta.Napoleone duecento anni dopo Waterloo
Sono stato qualche anno fa a Waterloo, della cui battaglia (18 giugno 1815) cade oggi il bicentenario. Ci sono dei campi marezzati di un verde intenso in un pianoro leggermente ondulato, e al centro del sito commemorativo – a due passi dalla trattoria che a quei tempi era un capanno dove Napoleone fece non ricordo più che cosa e dove noi filistei, ignari dei rimbombi della storia, mangiamo delle buone frites e beviamo la straordinaria birra belga – si erge questa artificiale “Butte du Lion” (la collina del Leone) che è dedicata a un principe della casa d’Orange qui ferito in battaglia. Ma un turista francese, tra il serio e il faceto, ci racconta una storiella che è una manifestazione buffa e fantasiosa dello sciovinismo in cui amano crogiolarsi i suoi connazionali. Secondo lui c’è sotto un gioco di parole: “Lion” sarebbe l’abbreviazione contraffatta di Napoléon, e siccome non si poteva collocarvi in cima la sua statua come in Place Vendôme a Parigi (visto che a Waterloo fu lo sconfitto e non il vincitore come ritenne l’esilarante top manager della Telecom Giuliani) si è giocato d’astuzia con l’installazione di un enorme leone di pietra. Come dire: il leone Napoleone qui dominò e trionfò indomito e invitto.
Non ci sono più i romanzi di una volta
I romanzi di una volta sono quelli a trama proliferante del Settecento o quelli fluviali dell’Ottocento. Non ci sono più perché allora i romanzi erano tutto: teatro, cinema, televisione, fumetto, internet, play station. Soddisfacevano da soli il nostro bisogno eterno di narrazione e il nostro immaginario di uomini in perenne ricerca di un Altrove. Un’avventura in quei romanzi iniziava, come nel “Tom Jones” o nel “Joseph Andrews” di Fielding, appena il protagonista metteva il piede fuori dalla porta di casa. Ed è già un’avventura per Oliver Twist raggiungere Londra a piedi dal suo paesello.
Quei romanzi non ci sono più per due ragioni. Una “a parte subiecti”, per dirla in maniera colta, cioè lato romanziere. È successo che ad un tratto i romanzieri cominciarono a rifiutare il “romanzesco”. Flaubert irride la sua eroina Emma Bovary che si abbevera a questi romanzi “romanzeschi”. Scrive di questi libri:
Non parlavano che di amore, di amanti e di innamorate, dame perseguitate che scomparivano in padiglioni fuori mano, postiglioni uccisi a ogni tappa, cavalli sfiancati in tutte le pagine, foreste tenebrose, cuori in tormento, giuramenti, singhiozzi, lacrime e baci, barche al chiaro di luna, usignoli nei boschetti, cavalieri coraggiosi come leoni, mansueti come agnelli, e virtuosi come nessuno, sempre ben vestiti e malinconici come sepolcri.
La navicella di Pietro - Note sulla Chiesa del nostro tempo
Parto da esperienze personali. Funerali in chiesa, rito ambrosiano. Il defunto si chiamava Giampaolo. Al momento della litania dell’invocazione dei santi, l’officiante cantilena stancamente prima “san Giovanni” e poi “san Paolo”, correttamente. Poi, inopinatamente, aggiunge anche un “san Giampaolo” cui i fedeli altrettanto distratti replicano con “Prega per noi”. Ora, san Giampaolo non esiste né nel martirologio né nel calendario romano. Insomma è un santo inesistente. Dentro di me ridacchio e mi meraviglio del basso livello di formazione del prete (una delle cinque piaghe della Chiesa, secondo Rosmini, quella della bassa formazione del clero). Ma lo scadimento della Chiesa deve essere sicuramente agli ultimi gradini oramai. In altro funerale al cimitero di Lambrate – un caldo asfissiante da non dirsi – noto che il prete combatte la calura con un ventilatore puntato solo su di lui. Ha modi spicci e frettolosi. Dalla manica aperta del piviale scorgo un braccio nudo e peloso. Alla fine del rito non credo ai miei occhi nel rilevare che il prete frettoloso di poc’anzi sfila proprio davanti a me in bermuda e casacca policromi, sandaletti, occhiali da sole e una dannata fretta di raggiungere qualche località marina. Forse non da solo. Nel primo funerale pressappochismo, nel secondo edonismo. Nessuno chiede il martirio a nessuno. Ci si chiede solo cosa succederà quando i funerali toccheranno alle Jessica, Samantha, Deborah? Saranno invocate sante hollywoodiane? Constato poi che non c’è futuro per una Chiesa disattenta o in infradito. Unicuique suum.
L'estate di Albert Camus, Vitaliano Brancati, Ercole Patti
Sono nato il giorno dell’inizio dell’estate, e a questa stagione mi lega un amore inconsulto. È per me, l’estate, quella che Stendhal chiamava una “promessa di felicità”: non la felicità in sé e per sé, ché da allievo di Benedetto Croce so non essere altro che “le contraire du sens de vivre” (proprio così, in francese l’ha scritta don Benedetto, col pudore del partenopeo sobrio che era). No, se la felicità è il contrario del senso di vivere, ciò vuol dire che la nostra esistenza si presenta, nel suo senso ordinario, come una forma latente di infelicità: un po’ di febbre, un’inquietudine dolente, un dolorino sottocutaneo, forse uno strascico atrabiliare dell’inverno del nostro scontento. Ma per fortuna io con Camus dico: « Ho imparato finalmente che nel cuore dell’inverno c’è in me un’estate invincibile »!
Sfoglio in questi giorni che mi separano dalla partenza per l’agognato mare alcune pagine, per me fraterne, di Albert Camus. “L’ estate e altri saggi solari” (Bompiani, 2003. Lode sia ai curatori Caterina Pastura e Silvio Perrella). Lo so da sempre: l’estate non è il luogo dell’idillio, e il mare non è sempre quel posto «ove l’uomo può sfuggire alla propria umanità e liberarsi con dolcezza da se stesso». Spesso il colore che richiama il sole non è l’oro delle trombe della solarità di Montale. È il nero. «In certe ore la campagna è nera di sole». Rileggo disordinatamente i passi letti e riletti e sottolineati di giallo nell’e-reader e che connetto alle sensazioni che da sempre mi procura la terra natale che mi appresto a raggiungere: «Con la pelle decifravo la scrittura del mondo», « un eccesso di beni naturali può inaridire», «dove tutto viene dato per essere tolto», «tutto qui respira l’orrore della morte in un paese che invita a vivere», «ogni cosa fatta qui mostra il disgusto della stabilità e la noncuranza del futuro», «Plotino? L’Unità si esprime qui in termini di sole e di mare», «in questo paese la tristezza non è mai altro che un commento alla bellezza».
Quanto pesano i caratteri nazionali nella crisi greca? Solo stereotipi?
L’aggettivo “levantino” riferito al popolo greco è apparso nettamente in questo articolo sul Sole 24 ore di Adriana Cerretelli dove si osserva che l’Europa ha continuato «a pretendere da un paese notoriamente levantino e disastrato un comportamento virtuoso e mitteleuropeo». Già.
Probabilmente i padri fondatori nel progettare l’Europa unita, dopo guerre e olocausti inenarrabili, hanno pensato giustamente più al futuro che al passato, a un’Europa da costruire, dal “carattere” unito se non unico, ove le omogeneità anche culturali fossero prevalenti sulle diversità o piuttosto nella speranza che in questo crogiolo si sciogliessero i singoli “caratteri nazionali”. Sbagliarono nel trascurare i fattori inerziali della storia mentale-culturale dei singoli paesi e nel credere che, giunti infine in Europa, un tedesco avrebbe cominciato a pensare da europeo e non da tedesco, e un greco avrebbe cessato di pensare e di agire da greco.
sabato 8 novembre 2014
Un bellissimo novembre (l'iniziazione sessuale in letteratura)
1 novembre 2014
Ci siamo, è novembre, le foglie degli aceri si tingono del colore del mosto, l’erica assume tinte brunescenti, i margheritoni gialli crescono spontanei sui cigli delle strade della Brianza lecchese, e la mia mente corre a Ercole Patti, l’autore di “Un bellissimo novembre”. Scrittore etneo già stradimenticato, è vero, ma anche Moravia, incomparabilmente più noto, nel frattempo è diventato uno spettro muto: destino della letteratura nell’epoca dell’accelerazione vorticosa dei tempi, quando la memoria non sta dietro alle cose di ieri, figurarsi a quelle dell’altro ieri.
Quando andai via per sempre, alla fine dei Settanta, dalla città natale lastricata di nera lava addossata ai piedi del vulcano, Patti era già stato scordato dagli stessi abitanti di Catania benché avesse goduto di una certa fama nel ventennio precedente. Era morto appena qualche anno prima ed ebbi appena il tempo di vedere scolorire gli avvisi di lutto, con le due bande nere sotto e sopra e il suo nome nel mezzo, affissi in via Vittorio Emanuele, all’altezza della libreria dei parenti Patti, quando lui ci lasciò per sempre in un giorno di novembre, com’era destino che fosse. (Il romanzo si conclude il 15 novembre del 1925, la vita di Patti il 15 di novembre del 1976).
Come Brancati Ercole Patti abitò a Roma per molti anni, fece lo sceneggiatore di numerosi film di Camerini, e fu uno di quegli scrittori e sceneggiatori che si radunavano attorno a un tavolo da Rosati o nei caffè di Via Veneto che ispirarono la “dolce vita” e di cui accenna nei suoi libri un giovanissimo Arbasino che lo stimò. A proposito di Arbasino credo che si potrebbe estendere a Patti questo suo giudizio (ne “L’anonimo lombardo”) : “Se voglio bene a Brancati e Moravia sarà anche perché riescono spesso a non dare questa impressione di teoria applicata, di prodotto non finito, di soufflé che non sta su”. Ricordo anche ciò che scrisse Montale del Patti di “Un amore a Roma”: «L’ispirazione spesso sembra morderlo come una tarantola, scuoterlo da un sonno atavico; e in quei momenti è impossibile scrivere meglio di lui, con più scaltra misura, con gusto più perfetto». «Il suo modo di narrare sembra l’uovo di Colombo: sembra alla portata di tutti e invece appartiene a lui solo». (“Il secondo mestiere”, pp. 1971-1973)
Ma qual è il nucleo tematico di “Un bellissimo novembre”?
giovedì 11 aprile 2013
Romano Luperini, L’uso della vita. 1968, Transeuropa ,
Massa 2013
Come leggere un romanzo come questo che reca nel titolo
un’allusione a una probabile storia privata e una data storica controversa? A
mio avviso si fa un errore se lo si legge a partire dalle proprie convinzioni
su quella data-evento che tanto ancora trascina consensi estatici e
rifiuti viscerali. Eppure il romanzo è tutto ambientato nella Pisa della
contestazione studentesca di quell’anno: è chiaramente un romanzo sul
’68. L’ennesimo non si potrebbe dire, perché proprio sul versante narrativo
quell’anno è stato piuttosto trascurato, mentre su quello saggistico a ogni decennio
che finisce con l’otto si contano decine di volumi di approfondimento e di
analisi storiche.
A Luperini non credo interessi narrare il ’68,
ma la sua vicenda personale, privata, trasfigurata nel personaggio
schermo di Marcello, nel ’68. Non interessa cioè spiegare, ma
rappresentare. È il resoconto dell’impatto di un Io col mondo e delle risonanze
di un’epoca in un Io. È una coscienza, la sua, che agisce dentro un evento
storico, un po’ come il Frédéric Moreau dell’Educazione sentimentale nel
’48 parigino: si tratta di una storia tipica di formazione di una individualità
dentro il flusso degli eventi, di una educazione sentimentale dentro uno
scenario storico: la storia con la minuscola di questo individuo precipuo –
Marcello nella finzione – nella Storia con la maiuscola.
martedì 2 aprile 2013
Riforme e rivoluzioni
Molte rivoluzioni ci hanno persuaso una volta per tutte che, nonostante lo sconquasso operato, nulla cambia con esse nei reali rapporti di forza nella società e nell’economia, che insomma è come spostare un peso da una spalla all' altra. Inoltre, visto che viviamo in un Paese di Gattopardi, spesso la rivoluzione fa davvero in modo che tutto cambi perché tutto resti cos’ com’è. Ecco perché essa è invocata non solo dai perfetti esteti - da tutti coloro che si eccitano davanti alle sollevazioni popolari e alle ghigliottine-, ma anche da quelli che stanno in disparte e attendono gli esiti degli eventi rivoluzionari per tirare i risultati dalla propria parte.
A differenza della rivoluzione, la politica riformista interpella la ragione
piuttosto che il cuore. Essa « è difficile- scriveva Michele Salvati anni fa
sul “Corriere” - impegna in ragionamenti che tirano in ballo compatibilità e
incompatibilità, effetti non voluti o perversi. Esige conoscenze e specializzazione.
Richiede di pensare in termini di sistema, economico, internazionale o altro:
questo non si può fare perché altrimenti..; quest' altro, poco, si può fare, ma
occorre cautela. Anche il riformismo più coraggioso potrà sempre essere
accusato di moderatismo o di sconfinamento nel campo avversario. E questo fa sì
che “vendere” un riformismo serio, sia agli elettori, sia agli intellettuali,
non sia per nulla facile».
È insomma una politica difficile quella riformista e spesso può sembrare un
esercizio mentale freddo, pensato dall’ alto e calato verso i destinatari che
necessariamente dovranno alcuni perderci e altri guadagnarci (è la politica
bellezza). Non la faccio lunga, ma chi la vuole davvero lunga potrà leggere, se
mai gli capiterà a tiro, quell’enorme e informatissima opera che è “Settecento
riformatore” del grande Franco Venturi. Ricordo en passant che il Settecento è
stata l’epoca di riformismo più intensa che l’Europa abbia mai avuto, e che il
fallimento di quelle Riforme (ma non tutte, si pensi al Catasto di Maria Teresa
proprio in Lombardia) portò tragicamente alle rivoluzioni.Le Riforme sono “tentativi ed errori”, ossia sono esperimenti "in corpore vili" nella società al fine di sanare alcune storture o favorire alcuni processi che possano recare il massimo dei benefici a un maggior numero di persone. Ma come tutti gli esperimenti perfettibili devono in qualche modo, se sono buone riforme e se sono pensate da vere teste pensanti, saper cogliere e sanare un aspetto della società in cui intervengono con il minor numero di errori, i quali come è fatale possono essere peggiori dei mali che intendono curare.
Le citazioni
Infine vorrei che tutti leggessero quel libro immenso che sono i “Saggi” di Michel de Montaigne: un libro intarsiato di citazioni…
lunedì 1 aprile 2013
Anche nel Blog di Beppe Grillo la vita di Papa Francesco
Raccontare la vera vita di un uomo è impossibile. Ci
sfuggirebbe sempre qualcosa. E questo vale sia per la persona accanto, la
nostra amica Marta che conosciamo o crediamo di conoscere da una
vita, sia per Julien Sorel, il personaggio letterario, quell’ “essere vivo senza viscere” come lo
chiamava Paul Valéry. L’unico modo possibile della narrazione della vita di un uomo è quello che Leibniz nel
“Discorso di metafisica” definiva “concetto completo”: ossia la serie esatta e completa di tutti i suoi gesti, atti, discorsi, pensieri cònditi e
reconditi. Bisognerebbe interpellare ossia
il dottor Sigmund di Vienna oltre che
Dio in persona. E solo Dio o in mente Dei
può risiedere infatti il “concetto
completo” di un uomo.
E io che voglio fare il romanziere e ho studiato alla scuola
Holden come dovrò fare allora per dar vita a un personaggio? Procedo esattamente
come ha fatto Stendhal. In narrativa
si chiama " selezione epica", ossia se io racconto un fatto e non un
altro di un protagonista (visto che non posso raccontare tutta la sua vita) opero una scelta consapevole e mai innocente,
voglio che il mio protagonista venga visto in un modo piuttosto che in un
altro, offro cioè una prospettiva (anche se composita, prismatica, non necessariamente univoca) allo sguardo di
chi legge. È come quell’ ologramma che si trovava nei formaggini MIO della
nostra infanzia: reclinando la
figurina in un modo vedo un personaggio
in una posa, reclinandolo in un altro modo in un’altra posa.
Il linguaggio delle cose
Al grido "Qui non si butta via niente", gli armadi e i cassetti scoppiano. L'ideologia (arcaica ma anche up to date perché si connette con la necessità del consumo sostenibile) è: "Conserva la pezza per quando viene il buco", "Oppure: conserva che trovi". Ed è una ideologia vincente su di te che butteresti via tutto quando ti si presentano trionfanti con un astuccio degli occhiali, vetusto ma in buono stato, pescato chissà da quale fondo di cassetto, a te che hai appena sussurrato: "Mi si è rotto l'astuccio degli occhiali". In siciliano "conservare" si dice "savvari", proprio "salvare", e "savvari" perciò racchiude il principio di salvare gli oggetti da un ineluttabile naufragio, quel Nulla dove le cose ad un certo punto della nostra vita di consumatori più o meno responsabili spariscono.
I moralisti
Il limite della lingua italiana
"Non si può pretendere di essere un grande poeta
bulgaro e di successo", ammoniva Eugenio Montale. La lingua è un limite
oggettivo, nonostante le traduzioni, per la diffusione di un'opera. Quella italiana è parlata dallo
zerovirgola nel mondo e quella bulgara dallo zerozerovirgola. I successi
planetari non possono che essere inglesi o anglosassoni (in attesa che i cinesi
comincino a leggere e la smettano di assediare il mondo con i loro manufatti).
Dai tempi della Regina Elisabetta I, da quando l'Inghilterra sconfisse l'altra
potenza continentale, la Spagna, la lingua parlata da una minoranza di persone
abitanti un' isola flagellata dal maltempo si è diffusa nel mondo, e da allora
ancora impera. La lingua ha veicolato
oltre alle narrazioni anche usi e costumi. Hanno così imposto gli alberi di
Natale, Halloween, le saghe nordiche, i
maghetti e le sfumature di grigio e poi chissà cos'altro. Qualche critico
intelligente, George Steiner, l'ha fatto
notare, ha cercato di segnalare i nostri Sciascia o Gadda, ma il limite della
lingua sembra un insuperabile handicap
(parola inglese!).
Goethe e il romanticismo
Com’è noto, Goethe ebbe una fase romantica che coincise con
l’adesione allo “Sturm und Drang” (tempesta e impeto). E’ la stagione giovanile
del “Werther”. Successivamente egli si distaccò dal movimento romantico e
assunse verso di esso un atteggiamento severo di dissenso quando non polemico.
Goethe aveva scelto definitivamente il contenimento “classico “ delle passioni,
il controllo sapiente delle emozioni, l’irreggimentazione colta della
sensibilità. Occorre, secondo lui, saper accettare i limiti della finitezza,
anche filistea (Goethe fu responsabile a Weimar di una miniera a comprova che
“si può essere poeti e pagare l’affitto”, come diceva Paul Valéry). Ma al di là
delle formule stilistico-epocali (classicismo, romanticismo) resta la sostanza
morale del suo atteggiamento.
domenica 6 maggio 2012
IL RADICALISMO RELIGIOSO DEL PRIMO CRISTIANESIMO: CONTESTO ED IMPLICAZIONI
E, per quel che
concerne i mali, il loro fine e il loro atto sono necessariamente peggiori
rispetto alla loro potenza, giacché l’essere-in-potenza si identifica con
entrambi i contrari. Aristotele, Metafisica IX. 9.1051a 16-18[1].
Sono le circostanze recenti, nuove e inquietanti, che spiegano il nostro vivo interesse
per il radicalismo religioso. Queste circostanze comprendono anche rivoluzioni
religiose e minacciano finanche il tenore della nostra vita sociale ed
intellettuale. Anche lo storico dell'antichità non può rifugiarsi dietro i
pesanti tendaggi dell'antiquaria.
Esclusivismo, violenza, intolleranza: questi concetti, che si rimodulano senza restare
identici, sono tutti utilizzati, insieme con radicalismo, per descrivere i misfatti
molteplici della religione nel mondo contemporaneo. Tramite un'analisi di
alcuni aspetti paradossali del cristianesimo antico, questo studio spera anche
di illuminare il processo con il quale un movimento religioso dinamico può
trasformarsi in minaccia per l'esterno. Più precisamente, tenterò qui di
tracciare i percorsi attraverso i quali una religione perseguitata fin dalle
sue origini poté trasformarsi nei primi secoli in una religione persecutrice e
di comprendere la dialettica grazie alla quale i credenti della religione dell'amore poterono inventare
forme di violenza e d'intolleranza religiose fino ad allora sconosciute nel
mondo antico.
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| Gedaliahu G. Stroumsa |
mercoledì 25 aprile 2012
La scrittrice Erika Rigamonti ha vinto con il romanzo “Binario 7” edito da Mobydick, editore di Faenza, il PREMIOENRIQUEZ 2012 – CITTA’ DI SIROLO nella categoria Editoria di impegno sociale e civile, nella sezione Romanzo civile.
La cerimonia ufficiale di consegna dei premi avrà luogo presso il Teatro Cortesi di Sirolo, domenica 19 agosto 2012.
Il premio, una targa d’oro con un’immagine del grande maestro Lele Luzzati raffigurante il “Conero”, alias Madre Natura, che diventa “Re”, grande burattinaio dello spettacolo, è intitolato al regista Franco Enriquez.
All'amica Erika, che ha collaborato alle nostre pagine, le più vive congratulazioni! Ad maiora!
http://www.lafrusta.net/
domenica 22 aprile 2012
Stendhal – Diario del viaggio in Brianza – I libri di Brianze, 2009 - (Il libro contiene anche Il forestiere in Italia). A cura di Sara Pozzi.
È un dato di fatto – mi dicevo, mentre a lettura ultimata mi rigiravo fra le mani questo delizioso repêchage di Stendhal – che la Brianza è tuttora uno dei luoghi più belli d’Italia. Un pezzo di Toscana in terra di Lombardia. Ho vivi ricordi della Toscana dove ho vissuto gli anni dell’adolescenza e ho la ventura di attraversare tutti i giorni e in tutte le stagioni dell’anno per ragioni di lavoro (servicio de correos del Maradagàl) la Brianza più riposta e più periferica e dunque più intima, ossia quella lecchese, ancora in buono stato. Non so restare freddo davanti a scorci paesaggistici come quelli di Montevecchia, Perego, Annone ... Dall’altura della Bevera ( Imbever, ricorda un cartello messo lì da una mano pubblica guidata da un sentimento, non ancora risentimento, identitario) mi soffermo ogni giorno ad ammirare il paesaggio di questa Brianza dalle colline dai profili seghettati, da cui si staglia sempre, anche tra le brume come ancor più nelle terse giornate primaverili, un delizioso campanile, e da dove gettando lo sguardo si coglie in un’unica veduta mozzafiato tutta la chiostra delle cime lecchesi, e più oltre, le rocce imbiancate delle Alpi.
martedì 17 aprile 2012
Trieste è un’altra di Pietro Spirito di Marina Torossi Tevini
Trieste è un’altra, il recente saggio di Pietro Spirito
edito da Mauro Pagliai nell’intrigante collana
Le non guide si snoda come un
diario di viaggio suggestivo e personale attraverso la città di Trieste a
ricercarne la sua intima natura. “Trieste è un’altra” recita il titolo. In che
senso un’altra? È un’altra rispetto all’immagine stereotipata che ne abbiamo, è
un’altra perché non è la Trieste ufficiale ma quella città in parte
incomprensibile che si presenta alla vista dell’autore (non a caso affacciato
al belvedere della Napoleonica). Un autore che cerca, come in uno specchio
rotto, di ricomporre i frammenti per arrivare a un’immagine, a un senso, a
un’ipotesi definita. Ma un senso è difficile da trovare in una città che appare
morta come nel Porto Vecchio le rotaie e le traversine abbandonate. E proprio
il Porto Vecchio con la sua suggestione di binari morti che parlano di “un
matrimonio finito male, quello tra il governo portuale e le ferrovie dello stato”
la rappresenta bene e ci prospetta un
angosciante paesaggio da città fantasma, un “non luogo” che molti cineasti hanno scelto come sfondo per le loro storie di
celluloide (come forse un “non luogo” è anche la stessa Trieste con i suoi
spazi “pensati per lasciare la mente libera di credere che in fondo tutto è
possibile”). L’immagine che Trieste dà è in qualche modo l’immagine di una città
irrisolta, una città che vive in compagnia di fantasmi come quelli che popolano
i magazzini di Porto vecchio che un tempo ospitavano le derrate ed ora, con i sacchi
accatastati e vuoti, simboleggiano una ricchezza scomparsa e alludono a un
tempo in cui “la città respirava atmosfere universali e l’abbondanza delle
mercanzie parlava di un Occidente avviato a un progresso senza fine”. Trieste a
metà strada tra un passato glorioso e lontano e un futuro che appare incerto e
difficile.
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